Sveglia italiani, ci stanno mangiando vivi



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Vi siete mai chiesti quali sono i marchi italiani più famosi che non sono più di italiani?

Adesso ve ne parleremo noi, e purtroppo scoprirete come sono sempre di più.Oggi faremo una triste lista che forse non conoscevate…

Iniziamo col primo .

Per anni i dipendenti e i sindacati dello storico oleificio Carapelli di Inveruno, si erano lamentati per la mancanza di un serio piano industriale, chiedendo a gran voce che fosse presentato e discusso. Quando un bel giorno la spagnola Deoleo detentrice del marchio lo ha reso noto, il tutto si è trasformato in un vero e proprio bagno di sangue: su 136 dipendenti attualmente al lavoro, 98 verranno quanto prima messi in mobilità. Vero e proprio preludio al licenziamento. I 38 rimanenti ovvero, la parte amministrativo-impiegatizia dell’azienda, saranno invece salvati. Per ora. Detto in altre parole, si prevede la chiusura definitiva di un sito produttivo presente dagli anni Novanta.

Una parziale produzione d’olio verrebbe mantenuta solo nell’altro impianto Carapelli di Tavarnelle Val di Pesa, in Toscana, per essere progressivamente sempre più concentrata a casa, e cioè negli stabilimenti di Cordova e Malaga. A rischio quindi l’italianità non solo del brand in questione ma anche di quelli Sasso e Bertolli, le altre due etichette di casa possedute dalla spagnola Deoleo.

Passiamo ora alla storica “bionda italiana’, la famosa birra Peroni, che per chi non lo sapesse è diventata giapponese. AB InBev ha infatti accettato l’offerta vincolante da 2,55 miliardi di euro  presentata dal gruppo nipponico Asahi per alcuni brand europei di SabMiller come Peroni, Grolsch e Meantime. L’operazione con Ab InBev è la maggiore acquisizione da parte di un’azienda del Sol Levante nel comparto della birra e permette ad Asahi di entrare sul mercato europeo. D’altro canto Peroni stavolta cambia anche continente. La bionda tricolore nata a Vigevano nel 1846, è rimasta nelle mani della famiglia fondatrice per cinque generazioni. In Italia ha stabilimenti a Bari, Roma e Padova, 689 dipendenti ed un fatturato nel 2015 di 347,9 milioni di euro. Nel 2003 l’acquisizione del 60% del marchio era costata alla britannica SabMiller 246 milioni di euro.

Se volessimo cambiare settore,citiamo Italcementi che è da poco un’azienda tedesca, dopo che Heidelberg Cement ha acquisito dalla famiglia Pesenti il 45% del gruppo bergamasco, prima di lanciare un’Opa obbligatoria sul resto del capitale. Un blitz che porta in Germania una società quotata in Borsa dal 1925 e fondata nel 1864, che opera in 22 Paesi con 46 cementerie, 12 centri di macinazione, 417 centrali di calcestruzzo, 98 cave e che ad oggi ha circa 18.000 dipendenti.

Lunga è anche la lista delle case italiane dell’industria alimentare. Nel lontano 1993, gli svizzeri della Nestlè si comprarono il marchio Italgel Gelati Motta, Antica Gelateria del Corso, La Valle degli Orti, ed il Gruppo Dolciario Italiano, oltre al marchio  Alemagna. Quest’ultimo è poi ritornato in mani italiane grazie alla Bauli di Verona. Attualmente Nestlè controlla l’ex Italgel insieme a surgelati e salse Buitoni. Il colosso elvetico possiede anche l’acqua minerale Sanpellegrino e controllate come Levissima, Recoaro, Vera, San Bernardo e Panna. Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori sono proprietà di Lactalis, il Re del Camembert è proprietario della Parmalat dal luglio del 2011, mentre gli oli Cirio-Bertolli-De Rica sono stati presi nel 1993 da Unilever, che poi li ha ceduti nel 2008 alla spagnola Deoleo, già titolare di Carapelli, Sasso e Friol.

E poi c’è il settore del lusso, nostro fiore all occhiello da generazioni.

Che siano gli yacht di Ferretti oggi di proprietà della Shandong Heavy Industry, o le collezioni di Krizia, di proprietà di Marisfrolg Fashion, abbiamo capito come il lusso piaccia al capitalismo cinese. Grandi predatori sono anche i francesi: Lvmh, titolare di Loro Piana e di Bulgari, e Kering  ha fatto man bassa di marchi, da Gucci a Bottega Veneta, da Pomellato a Dodo, da Sergio Rossi a Brioni. Valentino purtroppo, è finito nelle mani di Mayhoola Investments (Qatar) e quel che resta di Gianfranco Ferrè è di Paris Group di Dubai, mentre La Rinascente appartiene alla thailandese Central Group of Companies. In mani americane è invece Poltrona Frau, rilevata da Haworth.

Parliamo un po’ invece del settore dell Energia e Telecomunicazioni:

Edison è francese , Saras è controllata dai Moratti e dai russi di Rosneft. Gestita e controllata dalla russa  VimpelCom è la compagnia telefonica Wind. Telecom è nelle mani, da poche settimane, dei francesi di Vivendi. Fuori da Piazza Affari, State Grid of China ha il 35% di Cdp Reti, la scatola in cui sono detenute le partecipazioni di controllo di Terna e Snam, e Shanghai Electric ha il 40% di Ansaldo Energia.

Anche quando ci troviamo in stazione respiriamo aria straniera infatti, La Fiat Ferroviaria è controllata da Alstom dal 2000, mentre la Tibb, Tecnomasio-Brown Boveri, è passata prima sotto la Daimler Benz-AdTranz nel 1996,e poi sotto la canadese Bombardier nel 2001. Dallo scorso 24 febbraio AnsaldoBreda e il 40% di Ansaldo Sts sono della giapponese Hitachi, da parte di Finmeccanica. Sul fronte aerei, lo sbarco di Etihad alla cloche di Alitalia è noto a tutti anche se il fallimento è quasi preannunciato.

Da marzo scorso Pirelli è cinese: ChemChina è il nuovo socio forte del gruppo.

Nell’ottobre 2014 la famiglia Merloni esce definitivamente dalla scena degli elettrodomestici: Whirlpool acquisisce il 56% del gruppo di Fabriano salendo al 60,4% . Che dire amici, è una lista lunga e avremmo potuto continuare ancora per parecchio, la sensazione è che ci stiano mangiando vivi. Voi cosa ne pensate?

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