Partito Democratico al capolinea



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La situazione economico finanziaria della federazione non è solo grave, ma soprattutto irreversibile”.

Così il Tesoriere del Pd Roma, Carlo Cotticelli, inizia la lettera dove annuncia ai dipendenti della federazione romana del PD il licenziamento. Non c’è alternativa secondo il tesoriere, anche perché da mesi i dipendenti non vedono lo stipendio e la procedura di licenziamento è utile per chiedere la cassa integrazione. Che sia anche questo il motivo dell’incontro avvenuto tra il Viceministro Teresa Bellanova, e Matteo Renzi al Nazareno? Certo, la coincidenza è strana e Cotticelli assicura che la decisione è stata presa in accordo con il Tesoriere nazionale, Francesco Bonifazi.

Nella lettera allegata alla comunicazione si legge che alla base della crisi che ha colpito il Pd a Roma c’è la legge sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, fortemente voluta proprio dai renziani, e la conseguente “drastica riduzione delle entrate presenti e future derivanti dalla contribuzione degli eletti in Campidoglio e degli assessori esclude la possibilità di attivare l’adozione di strumenti alternativi”.

Sono lontani i tempi in cui il Pd romano si muoveva nei larghi uffici di Via delle Sette Chiese alla Garbatella e dove non si badava a spese. Infatti, nel dettaglio delle figure in esubero risultano 5 impiegati in aspettativa non retribuita perché eletti in Parlamento o in Regione; 3 impiegati in aspettativa non retribuita per motivi personali e 4 impiegati in attività. Tutti assunti con il contratto nazionale dei metalmeccanici. Senza contare che i cinque eletti versano mensilmente al partito un contributo “volontario” di circa 1000 euro.

Se la misura del licenziamento non coglie di sorpresa i dipendenti, diventa invece un campanello d’allarme per gli impiegati del Nazareno. Già da mesi pende come una spada di Damocle sul collo dei dipendenti del PD l’eventualità dei contratti di solidarietà, e con Renzi segretario a tempo pieno, rischia di diventare una realtà. “L’anno scorso – raccontano fonti interne al partito – ci siamo salvati grazie al 2 per mille che ha premiato il Pd, ma dopo le spese faraoniche per la promozione del Sì al referendum, non c’è da aspettarsi nulla di buono”.

Insomma quello che succede al Pd romano non è che l’anteprima di quello che potrebbe accadere ai colleghi del Pd Nazionale, che già oggi per garantirsi uno stipendio lavorano per i gruppi parlamentari o dentro ai Ministeri, dove le istituzioni rimborsano il partito per il personale “prestato” ad altre amministrazioni.

Dopo l’abolizione del finanziamento pubblico, la situazione finanziaria sta attanagliando i partiti vecchio stile. Già Forza Italia e recentemente la Lega Nord hanno mandato a casa i propri dipendenti e liquidato le attività in perdita come giornali, radio e tv. Lo sa bene il tesoriere Francesco Bonifazi, chiamato fin dall’inizio a gestire il rilancio dello storico giornale fondato da Gramsci, L’Unità, che però non solo non è mai decollato, ma continua ad accumulare debiti milionari. Nonostante sia finanziariamente un flop, Matteo Renzi ha promesso che il Pd si impegnerà a ricapitalizzare il progetto. Indovinate con i soldi di chi? A tutto questo si aggiunge l’inizio di una nuova campagna elettorale che richiederà al partito una buona dose di quattrini, per poter riportare Renzi al centro della scena politica, dopo la batosta referendaria. Con quali soldi non si sa, anzi noi lo sappiamo, ma i dipendenti del Nazareno temono che siano proprio quelli dei loro stipendi.

E qui aggiungiamo che …..era ora !

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