Cosa prevede il contratto di Luigi di Maio



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Un contratto di governo alla tedesca.

E’ questa la proposta che Luigi Di Maio e il Movimento Cinque Stelle hanno fatto alla Lega o al Pd all’alba delle consultazioni con il Capo dello Stato per la formazione di un nuovo governo. Sul blog dei grillini è apparsa il 4 aprile scorso una lettera in cui l’ex candidato premier scrive:

“Proponiamo un contratto di governo come quello che viene sottoscritto dalle principali forze politiche in Germania dal 1961. È un contratto in cui scriviamo nero su bianco, punto per punto, quello che vogliamo fare, dove si spiega per filo e per segno come si vogliono fare le cose e in quanto tempo. Dentro si inseriscono tutti i dettagli delle cose che si devono fare, si firma davanti agli italiani e poi si realizza. Quello che c’è scritto è ciò che il governo si impegna a fare”.

Di Maio, con questa proposta, ha annunciato di voler adottare la formula di governo che ha caratterizzato la carriera politica di Angela Merkel, che nell’ultimo decennio si è mostrata maestra nel garantire stabilità ai propri governi attraverso le Grandi Coalizioni. Così facendo la Cancelliera ha dato continuità a quella che è diventata ormai una tradizione politica tedesca consolidata e che porta con sé implicazioni anche di tipo valoriale.

Ma che cos’è il contratto alla tedesca?

Si tratta di una formula politica che ben si presta all’interno dei sistemi in cui i primi partiti difficilmente abbiano i numeri per governare da soli. In Germania è dal 1961 che all’indomani delle elezioni le forze politiche che ambiscono a governare siglano un vero e proprio accordo contrattuale in cui mettono nero su bianco quali siano gli obiettivi condivisi e le tempistiche con cui questi possano essere raggiunti. Sul piano teorico l’adozione di questa formula mira a rafforzare il sistema democratico attraverso l’agevolazione dei compiti degli elettori: specificando con chiarezza cosa si voglia fare ed entro quali tempistiche, si vuole mettere il cittadino nelle condizioni ideali per comprendere se i decisori abbiano mantenuto la parola data una volta terminato il mandato. In caso negativo questi verranno verosimilmente bocciati dalle urne.

Nei fatti, però, i giochi sono molto più complicati.

Prendendo in mano l’ultimo contratto alla tedesca, siglato dalla Union e dalla Spd tre settimane fa, guardando alla maggior parte di questo tipo di documenti redatti in Germania negli ultimi 50 anni è evidente come i contenuti siano sempre piuttosto generici. Più che di regolamenti interni si tratta di una serie di direttive che i nuovi governanti si danno, senza però specificarne i passaggi esecutivi. Questo documento, inoltre, non prevede nessuna forma coercitiva né per i ministri né per i parlamentari. Saranno gli elettori a doverli casomai punire qualora gli obiettivi prefissati non vengano raggiunti. Nel corso dei decenni le adozioni di contratti alla tedesca hanno assunto sempre più caratteristiche di tipo valoriali sia in Germania che altrove. Nella prassi un contratto è il prodotto delle trattative tra diversi decisori tutti accomunati dall’incapacità numerica di governare da soli.

Si tratta dunque di una forma di compromesso

Il presupposto per poter raggiungere questo compromesso è dunque quello di anteporre le radici ideologiche e valoriali della propria area politica rispetto alla necessità di formare un governo. Difficilmente, infatti, si può rimanere ortodossi rispetto al programma proposto agli elettori in campagna elettorale quando il fine ultimo è quello di trovare un accordo con quelli che fino a poco prima erano gli avversari. Pertanto i partiti che meglio si prestano all’adozione di questa formula sono quelli minormente permeati dall’ideologia, forti invece della fiducia che gli elettori pongono nel proprio leader e nei propri esponenti di spicco. E’ il caso, per esempio, della Cdu di Angela Merkel, una donna che, pur non essendo dotata di particolare carisma, è riuscita nel corso degli anni a porsi come una figura pragmatica, stabile, l’unica in grado di dare equilibrio ai compromessi non essendo lei stessa compromessa con alcuna ideologia.

Per farlo i concetti utilizzati in Germania negli ultimi decenni sono stati ricorrenti.

Il leader in questione inizia parlare di “responsabilità”, di “interesse nazionale”, di necessità di stabilità” in base a cui è necessario trovare un accordo per il bene del Paese. Il leader inizia a rivolgersi non più al proprio elettorato di riferimento bensì a tutto il popolo cercando di convincerlo che non si tratta di un inciucio o di un tradimento ma di una presa di responsabilità in nome del pragmatismo.

La lettera di Di Maio ricalca questo approccio.

“Vogliamo mettere al centro i temi, cioè le soluzioni per il Paese” ha scritto nella sua lettera facendo proprio un concetto tanto caro alla Merkel. Un’alleanza con Lega o Pd, ha spiegato tra le righe, non sarebbe un tradimento bensì qualcosa fatto “esclusivamente nell’interesse della gente”. Continuando poi su questa linea: “Lo dobbiamo fare per il Paese e per i cittadini che attendono da troppo tempo un governo capace di dare risposte ai loro problemi”. L’adozione di un contratto alla tedesca si presta molto bene al Movimento Cinque Stelle proprio per la sua natura post-ideologica collocata in una dimensione “all’americana” in cui la politica non viene fatta dalle ideologie ma dalle singole persone. Proprio perché permeato dalle persone che lo siglano il contratto alla tedesca non è neanche lontanamente garanzia di successo e stabilità ma presenta una larga gamma di incognite e di rischi. Il fatto che i pentastellati ne abbiano proposto l’adozione, però, segna un passaggio importante nella storia della politica italiana. Si tratta cioè della proposta di fare come già fatto in altri Paesi, come in Germania, di mettere le ideologie novecentesche definitivamente in pensione per siglare un nuovo contratto sociale. Quello che secondo Grillo e i suoi segnerebbe l’ingresso nella Terza Repubblica.

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